Cooperativa Poiesis

Cosa significa “Poiesis”?

Questa parola deriva dal verbo greco ‘poieo’ che significa fare, inventare, comporre, creare.
Poiesis, dunque, è il processo attraverso cui qualcosa che non c’era può venire all’esistenza, l’azione che porta dal non-essere all’essere.

Nel linguaggio comune questo termine viene solitamente tradotto con poesia. Nel suo significato originario, esso rimanda non solo al “parlare in versi”: più fondamentalmente, infatti, ‘poiesis/poesia’ è ogni esperienza di creazione, il dare forma a qualcosa di nuovo, che prima non esisteva.
Ma l’atto poietico non ha solo valenza di creazione. Esso va oltre, è intrinsecamente legato al generare, alla generatività, perciò la sua natura presuppone un incontro di(almeno) due realtà, che danno vita ad una terza.1
L’azione poietica, pertanto, non viene creata da un monologo ma è, anzi, sempre generata in un dialogo.

Perchè “Poiesis”?

In questo nome c’è il senso che noi diamo alle attività che realizziamo.

Il nostro modo di lavorare nella clinica e nel sociale è concepito come un’opportunità per rendere possibile un’esperienza poietica.
Il nostro operare, sia quando rivolto ai pazienti sia ai professionisti e alle persone con cui condividiamo o rivolgiamo i nostri progetti, trae ispirazione dall’intento di generare nuove possibilità.

Il nostro campo di intervento è la relazione; il nostro strumento di lavoro, ossia ciò che ci permette di ‘arrivare all’altro’, di costruire un ponte tra noi e gli altri, è l’essere-con. Potremmo dire che là dove c’è il disagio, là dove nasce la sofferenza, c’è un essere-con che perde di presenza, che ci allontana dall’essenza delle cose, dall’incontro vero, dall’autenticità di sé e del mondo.

Poiesis significa allora “poetare”, trasformare i racconti di sofferenza – dove le parole sono devitalizzate e immutabili – in storie nuove, composte da parole che possano far vibrare i sensi, restituire vitalità alla persona, aprire a mondi differenti. Ma le parole parlanti sono parole che hanno corpo, sono incarnate, toccano: entra qui in gioco l’aesthesis (= sensazione, ciò che deriva dal percepire con i sensi), ossia l’importanza di entrare in contatto con l’altro attraverso i sensi, di portare alla luce ciò che dell’altro ci colpisce e risuona in noi attraverso la sensorialità.
In tal modo è possibile cogliere lo slancio vitale, verso gli altri e verso il mondo, che la persona custodisce e mantiene vivo accanto alla sofferenza e alle ferite; l’altro si svela nella sua bellezza, lasciando in chi guarda quel senso di fascino, di emozione e di meraviglia che si prova guardando il fiore che cresce e sboccia sul terreno roccioso.
Offrire alle persone ciò che vediamo di loro attraverso questo sguardo estetico, permette alle parole e alle storie di ri-vestirsi di significati molteplici e inediti: si assiste e si partecipa così ad una felice condizione che potremmo definire “quando il linguaggio è in festa2 e che corrisponde al parlare po(i)etico, ossia a quell’esperienza attraverso cui veniamo ri-creati, anzi ri-generati, attraverso il linguaggio.
L’esperienza poietica nasce dunque dalla sfera del sensibile e apre alla sfera del possibile, sgorga dalla semplicità di ciò che c’è e consente il sorgere di nuovi orizzonti di senso della (propria) realtà, che diventano poi nuovi modi di essere-al-mondo, di abitarlo e di realizzarvi creativamente le proprie più vitali possibilità.

Un orizzonte più ampio: essere poeti sociali, oggi

Nel tempo attuale, desensibilizzato3, liquido4, cementato5, il fare che viene dal sentire – la poiesis, appunto – custodisce un valore sociale fondamentale: la possibilità di agire nella società a partire da quello che si sente. La narcosi6, l’indifferenza al dolore e al bisogno dell’altro, è la forma più diffusa e attuale di psicopatologia della vita quotidiana: è la sofferenza endemica del nostro tempo. L’antidoto a questa an-estesia è l’estesia, il sentire: uno slancio di impegno che sostiene il cambiamento, una rivolta contro la rassegnazione, una trasformazione dell’abbrutimento, una fiducia nella possibilità di essere poeti sociali 7: operatori che si radicano nella collettività e la muovono, guidati dal proprio sentire, da un criterio estetico che risveglia i sensi.

Peppino Impastato, il ragazzo di Cinisi che ha lottato contro la mafia e che da questa è stato ucciso nel 1978, seduto con un amico sulle montagne alle spalle dell’aeroporto di Punta Raisi, guardando le bruttezze delle case costruite abusivamente, diceva: «Non ci vuole niente a distruggere la bellezza… Invece della lotta politica, delle manifestazioni, bisognerebbe aiutare la gente a riconoscere la bellezza, a difenderla. È importante, la bellezza: dalla bellezza discende giù tutto il resto».

Poiesis è il sentire che diventa fare, il radicarsi che diventa movimento, l’estetica che diventa etica.


NOTE

  1. In tal senso, ad esempio, è da intendersi l’opera d’arte: apparentemente risultato dell’elaborazione di un singolo, in realtà essa non viene plasmata unicamente dalle mani, dalla sensibilità, dalla creatività dell’autore, bensì scaturisce dall’incontro tra la persona e il suo ambiente. [Quando parliamo di ‘ambiente’ ci riferiamo a molte cose: al tempo e allo spazio, in cui le persone e le loro creazioni (fattuali, concettuali, simboliche) sono collocate; alla cultura collettiva, che permea le umane esistenze e veicola significati condivisi; al tessuto relazionale, ossia all’insieme di incontri e rapporti significativi che ogni persona intreccia con gli altri. Ognuno di questi elementi lascia traccia di sé nella persona, e la trasforma; tutti insieme forgiano il modo in cui l’individuo esprime se stesso e la sua essenza. Anch’essi, dunque, partecipano al processo poietico.]
  2. L’espressione, usata dal filosofo francese Paul Ricoeur, si riferisce al linguaggio dei simboli, della poesia, dei miti, della metafora, ossia a tutte quelle forme espressive che disvelano e potenziano la plurivocità di significato delle parole, delle frasi, dei racconti. Per approfondire, P. RICOEUR (1995), Il conflitto delle interpretazioni, Milano: Jaca Book.
  3. G. FRANCESETTI, (2014), “Il Dolore e la Bellezza: dalla psicopatologia all’estetica del contatto”, in G. FRANCESETTI, M. AMMIRATA, S. RICCAMBONI, N. SGADARI, M. SPAGNUOLO LOBB, Il dolore e la Bellezza. Atti del III Convegno della Società Italiana Psicoterapia Gestalt, Milano: Franco Angeli
  4. Z. BAUMAN (2002), “Modernità liquida”, Roma-Bari: Laterza.
  5. U. GALIMBERTI (2011) “Il viaggio della psicoanalisi-psicoterapia: dalle origini romantiche all’età della tecnica. Un viaggio attraverso la dimensione dell’anima e del corpo”, in P. MOSELLI (a cura di), Il nostro mare affettivo. La psicoterapia come viaggio, Roma: Alpes Italia.
  6. M. McLuhan (1977), “Gli strumenti del comunicare”, Milano: Garzanti.
  7. Dall’omelia di Papa Francesco a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia) Giovedì, 9 luglio 2015